Martedi, 21 novembre 2017 ore 16:52
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Dal 31 ottobre 1975 inizia l’invasione marocchina del Sahara Occidentale e la lotta di resistenza del Fronte Polisario. L’esercito marocchino impiega largamente le mine per difendere le postazioni fisse, mentre il Polisario adotta la tattica della guerriglia e ne fa uso solo sporadicamente. I maggiori fornitori di mine al Marocco sono la Francia, l’Italia (Valsella), Belgio, Portogallo, Spagna, Usa.

L’uso delle mine da parte del Marocco diventa più massiccio con la costruzione, nel periodo 1980-87, di muri difensivi fino all’ultimo unico muro di circa 1.800 km che taglia in due il paese da nord-est a sud-ovest. E’ infatti protetto da campi minati di diversa profondità (alcune centinaia di metri). I sahrawi considerano questa la zona a più alta concentrazione di mine nel mondo, 4.000 mine/kmq.

Si stima la presenza di mine terrestri (antipersona e anticarro) a circa un milione. Impossibile stabilire il numero delle vittime nel corso della guerra. Nei campi profughi sahrawi nei pressi di Tindouf (Algeria) il Polisario ha collezionato un migliaio di mine di diverso tipo esposto nel Museo della guerra, accanto ad altre armi catturate al nemico.

Con il Piano di pace dell’Onu, che prevede il referendum di autodeterminazione, ed il cessate il fuoco (6 settembre 1991) vengono inviati caschi blu dell’Onu (Minurso) per sorvegliare la tregua e l’applicazione del Piano. Le mine si presentano subito come il maggiore pericolo per i caschi blu, e infatti si segnalano nel primo periodo alcuni feriti.

La presenza dell’Onu permette di sorvegliare gli incidenti, diffusi tra i civili, con vittime da entrambi i lati del muro, mentre l’invio di unità di sminamento richiederà diversi anni, anche a causa degli ostacoli posti dal Marocco al lavoro delle unità speciali. Lo sminamento parziale del territorio inizia così solo nel 1998. Si procede all’individuazione dei campi minati, alla loro delimitazione e poi allo sminamento e alla distruzione delle mine e delle munizioni non esplose.

Negli ultimi anni nei campi profughi di Tindouf una parte della popolazione partecipa a campagne di sensibilizzazione sui pericoli rappresentati dalle mine. I rifugiati hanno infatti l’abitudine di brevi soggiorni nei territori liberati. Negli stessi campi vi è un settore sanitario che si occupa dei mutilati, vittime degli incidenti con le mine, e della loro rieducazione motoria e funzionale. Si segnalano vittime anche tra i nomadi, ritornati nei territori liberati dopo il cessate il fuoco, e tra il bestiame.

Il Polisario ha iniziato a collaborare con la Campagna per la messa al bando delle mine, fornendo dati sulle operazioni di sminamento e sugli incidenti. Nel novembre 2005 il Polisario si è impegnato a mettere al bando l’uso delle mine e di distruggere tutte quelle ancora in suo possesso. Il primo deposito di mine è stato distrutto, alla presenza di osservatori internazionali, il 27 febbraio 2006, in occasione del trentennale della proclamazione delle Rasd. Da sottolineare che il Marocco non ha ancora aderito al Trattato di Ottawa (1997) sulla messa al bando delle mine, ed è sospettato di continuare a rafforzare, anche con le mine, la difesa del muro.

Negli ultimi anni si segnala un nuovo tipo di vittime nel Sahara Occidentale: i migranti irregolari che cercano di giungere in Marocco per emigrare in Europa, attraverso il muro, oppure gli irregolari respinti dalle autorità marocchine nel deserto. Il numero delle vittime è imprecisato, ma secondo le testimonianze dei sopravissuti e delle organizzazioni umanitarie non si tratta di casi sporadici.

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